Jose Altuve Astros

1° Base con Alex: Josè Altuve, il piccolo gigante.

Puerto Cabello, Venezuela, meta del contrabbando di cacao e di scorribande di pirati e bucanieri che verrà successivamente colonizzata dagli olandesi nel 17° secolo prima del passaggio sotto la corona iberica.

Non solo rum e avventure alla capitan Jack Sparrow, perchè la piccola cittadina caraibica situata 200 Km ad ovest di Caracas è una fucina di talenti del diamante che grazie alle loro abilità sono diventati delle vere e proprie istituzioni nel baseball: Carlos Zambrano (Miami Marlins), Fernando Nieve (New York Mets), Victor Moreno (lanciatore per 5 team nella MLB), Felix Doubront (Chicago Cubs) e Wilson Contreiras (Chicago Cubs) sono nati a Puerto Cabello, come il grande Pablo Emilio Juan Pedro Sandoval Jr. dei San Francisco Giants, soprannominato “Kung Fu Panda” e vincitore di 3 World Series col team della Baia, uno addirittura da MVP nel 2012.

C’è un altro campionissimo che arriva da Puerto Cabello e tiene alta la tradizione venezuelana nel baseball: Josè Altuve.

Le alte stature non sono particolarmente comuni tra i giocatori di baseball, ma qui rientriamo più che altro nei panni di un fantino.
Si perchè il metro e 68 non impressiona nessuno, tanto meno i 74 Kg, ma quel braccio destro si muove rapido e preciso, e il baricentro basso aiuta lo swing in modo impressionante. Bello da vedere, efficace quando serve, letale quando decide di fare sul serio!
All’età di 16 anni Josè decide di tentare un tryout camp a Maracay organizzato dagli Houston Astros, ma gli scouter negano l’accesso al giovane battitore per via dell’altezza sospettando che ci fosse un’irregolarità verso gli anni del ragazzo ritenuto più piccolo; così Altuve tornò a casa sconfortato, ma il padre lo spronò a riprovarci, ed il giorno seguente si ripresentò al camp col certificato di nascita alla mano.

“Can you play?” domandò Alfredo Pedrique detto “Al”, assistente allenatore per gli Astros.
“I’ll show you!” rispose Altuve con determinazione.

Era il 2007. 10 anni più tardi Josè Altuve viene nominato miglior giocatore del mondo diventando MVP nella stessa stagione in cui gli Astros vincono le World Series.
Dal 2014 al 2018 la sua media battuta non scende mai sotto il .313, col picco massimo del .346 nel 2017, Gli home run non sono la sua specialità, mettici anche una questione di potenza fisica, ma il modo in cui crea opportunità per segnare è aggressivo e accattivante; ruba le basi con lo stile di Lupin III, nel 2014 le stolen base collezionate sono addirittura 56, con 225 palle colpite e una media di .341 alla battuta.

Il trionfo nella Major League di Baseball è alla sua portata, e gli Astros sono in una botte di ferro con lui in 2° base. Dietro di lui nella posizione di short stop c’è un altro gioiellino dell’America Latina, il portoricano Carlos Correa che gli copre le spalle, e lo fa piuttosto bene. Mentre alla sua destra a coprire l’angolo caldo della 3° base c’è Alex Bregman. I tempi per vincere sono maturi a Houston, ma il cammino verso il trionfo si fa più complicato del previsto: i Boston Red Sox cedono il passo senza problemi, ma le sfide contro New York Yankees e Los Angeles Dodgers finiscono entrambe a gara 7.

In finale contro L.A. Altuve realizza 2 home run, 6 RBI e 4 run contribuendo alla vittoria più attesa. George Springer e Justin Verlander completano il capolavoro strappando la scena al MVP in carica, ma il quadro è uno dei più belli riusciti negli ultimi anni.
6 volte All Star, 5 volte Silver Slugger, 3 titoli come miglior battitore MLB, Gold Glove, 1 MVP e 1 titolo nazionale fanno di lui il miglior second baseman in circolazione, gli Houston Astros lo sanno bene e di conseguenza lo hanno blindato con un contratto di 7 anni a 163.5 milioni di dobloni d’oro, parte dei quali poi donati dal giocatore per ripristinare i disastri dell’uragano Harvey.

Altuve nonostante la statura è diventato un gigante assoluto nel mondo del baseball, e a soli 29 anni, possiamo dire che questo capitolo sia del tutto incompleto.

Alex Cavatton, sport addicted dal 1986. Nato alle porte nordest di Milano e cresciuto giocando a pallone nel mito del Milan degli invincibili, ho fatto amicizia con gli sport americani durante le scuole superiori ad eccezione del basket NBA già familiare durante i gloriosi anni ’90. A Jordan e i Bulls preferisco Ewing e i Knicks, e dopo un'esperienza a New York City nel 2011 mi vesto pinstripe avvicinandomi anche agli Yankees signori del baseball. Ma è il football americano lo sport che considero più appassionante, la simpatia per i Bears si trasforma in pura ossessione e dopo essermi trasferito a Chicago nel 2015 ho totalmente perso il controllo. Prima penna di Chicago Bears Italia e stretto collaboratore di Huddle Magazine per il quale curo la rubrica Area 54 interamente dedicata al team della Halas Hall ed altri contenuti NFL.
Autore di "Chicago Sunday - 100 anni di Bears" e "Winners Out - Sport e gloria della New York anni 70".
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio e ideatore delle rubriche "Prima Base con Alex" e "Paisà".

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