Cavatton Corradini

1° Base con Alex: “Attila” Corradini, 70 anni di baseball vero!

Bello scrivere di grandi leggende o di promettenti atleti dalle prospettive intergalattiche, ma anche il baseball nostrano ha tanto di cui parlare, e finalmente ho deciso di occuparmene.

Lavoro in una palestra dell’hinterland milanese come Direttore Commerciale, ma amo il contatto con le persone e non riesco a farne a meno, di conseguenza mi occupo anche delle consulenze coi clienti che sono state il mio punto di partenza perchè senza queste, il lavoro dirigenziale fine a se stesso e le burocrazie d’ufficio mi tramortiscono.
Nella mattinata di lunedì 7 maggio 2018 è entrato in palestra un signore di una certa età che come tanti voleva informazioni sull’iscrizione; il suo look mi ricorda quello di Giorgio Moroder, il suo carisma mi ricorda quello di John Rambo. Tutto condito da una dialettica milanese pulita e sottile nel sarcasmo che sa esattamente quando colpire nel segno. Inutile dire che con un personaggio così è stato amore a prima vista.

Sul capo un berretto dei New York Mets originale degli anni ’70 fa inevitabilmente scattare la conversazione sul baseball. La passione c’è, ma non solo quella perchè parlando scopro che Attilio Fausto Gino Corradini, in arte “Attila”, è stato un giocatore a suo tempo e successivamente un allenatore, e non uno a caso.
La sua simpatia figlia di uno stile d’altri tempi è coinvolgente, lo scambio di battute non manca mai e quando Attila è in sala pesi al primo piano della Palestra Benefit l’ambiente è sempre frizzantino come una bottiglia di Chardonnay.
Tempo qualche settimana e il “flagello dei diamanti” (così, parafrasando Abatantuono) si presenta in palestra con una palla da baseball ormai d’epoca che decide di regalarmi. Il gesto apprezzatissimo mette un sorriso baffuto al mausoleo dello sport che ho in camera da letto; passa un anno e nel frattempo nasce ‘108’ proprio con l’intento comune di tre amici che volevano raccontare storie inerenti al baseball, e dopo aver sentito raccontare le bellissime storie nostrane di Attila decido di intervistarlo in occasione dei suoi 70 anni compiuti da poco.

Nato a Milano il 20 luglio 1949, ecco il racconto di Attila

“Il baseball…
ho iniziato a giocare a baseball per strada coi legni delle tapparelle e con delle palline da tennis che avevo trovato, poi per combinazione, un amico aveva a casa delle mazze e dei guantoni. Appartenevano a suo padre che era stato prigioniero di guerra degli americani. L’amico le portò per giocare e da lì ci gasammo sentendoci degli eroi, finalmente con delle mazze vere!
Abitavo in Viale Forlanini a Milano che era una prateria, c’era tanto spazio e tanto verde, ogni tanto ci spostavamo anche in periferia e facevamo il campo con la segatura. Era tutto improvvisato, le regole le avevamo sentite dire, forse erano improvvisate anche quelle!
Un giorno ci dissero che al Giuriati (Centro Sportivo Mario Giuriati) c’erano delle squadre che giocavano veramente a differenza nostra che ci arrangiavamo con quel che passava per il convento; sono andato a vedere cosa succedeva.
C’era la GBC e l’Europhon, avevo 16 anni quindi parliamo del 1965 circa, e dopo un provino con l’Europhon iniziai a giocare con loro. Il mio primo allenatore è stato il mitico Gigi Cameroni, pioniere del baseball in Italia: Cameroni era uno severo, questo va detto, ma allo stesso tempo ti insegnava le cose a regola d’arte, e da lì ho incominciato a giocare come ricevitore (il catcher).

Le prime volte avevo paura, ero un pò tra ‘l gnacch e ‘l petàcch (in dialetto milanese l’equivalente di essere né carne né pesce), poi dopo ho incominciato a vedere meglio la palla e a comprendere la rotazione della mazza. Ho preso confidenza al punto tale che giocavo senza la maschera, anche se l’avventura a volto scoperto è durata poco perchè quando prendi una pallina in faccia poi la maschera la rimetti su subito!
Sono diventato una riserva di Serie A come ricevitore, ai tempi ci tiravano dentro alla svelta ed ho giocato ancora un paio d’anni fino alla leva militare nel 1969 a Ghedi nella provincia di Brescia dove c’era una base Nato.
Sai come vanno quelle cose, inizi il militare da recluta e ti passa la voglia di giocare, ma coi VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) c’erano gli americani e quelli giocavano ogni momento possibile.
Dovevi attenerti ai ruoli di guardia e alle regole della caserma ovviamente, ma ho fatto amicizia con un capitano americano che aveva convinto un mio superiore a lasciarmi giocare con loro, sembravo quasi un infiltrato tra le file statunitensi. Loro erano forti, e qualcosa sono riuscito ad impararla, così una volta congedato sono tornato a Milano e ho ripreso a giocare in una lega minore con degli amici creando una nostra squadra: i Bench.
Sostanzialmente i panchinari (quelli della fotografia), eravamo un gruppo di veterani ma andavamo bene, siamo arrivati a fare il campionato di Serie C prima di trasformarci nei Revival, i nostri nomi andavano al passo coi tempi sai com’è!
E dopo i Revival i Blues coi quali eravamo in lotta per la B, ma poi non ce la facevo più dopo tanti anni, mi ero spaccato una caviglia, se vai al Kennedy o al Saini e butti uno sguardo, ci sono ancora le mie ossa per terra!

Corradini Team

Con l’arrivo degli anni ’90 ho iniziato ad allenare, i Cadetti a Milano nel 1991, insegnavo ai ragazzini i trucchi del mestiere e come rubare le basi, ma molto del lavoro era improntato sui fondamentali perchè senza quelli ghe nient da fa! (non si va da nessuna parte)
Passati i ragazzini coi quali abbiamo fatto belle cose, l’esperienza più incredibile: ho allenato una squadra di non vedenti. A pensarci mi vengono ancora i brividi!

Tu dovresti vedere come fanno quei ragazzi a correre senza la vista: il gioco si sviluppa con gli allenatori delle basi che battono le mani a seconda di come si svolge un’azione, e i ragazzi devono ascoltare il suono per raggiungere la base seguendo solo la percezione di quello che possono udire. In alcuni casi le basi hanno dei segnalatori acustici che sostituiscono il battito delle mani dell’allenatore.
La pallina è grande come quella regolamentare ma è fatta di gomma dura, solo che al suo interno ci sono dei campanelli che tintillano mentre questa si muove. Non esiste il lanciatore, quindi il battitore deve dare lo slancio alla palla e colpirla da solo, la difesa deve ascoltare il suono per capire dove la palla casca per raccoglierla e provare a eliminare il battitore. Una volta ci ho provato anch’io a fare una battuta in quel modo, mi sono tirato una legnata sulla mano e mi son fatto male, a testimonianza di quanto fosse complicato. Quando le palle vanno su alte (infield fly), uno degli arbitri in campo chiama la posizione che prevede di rannicchiarsi a terra e proteggersi la testa per evitare la contusione che la pallina in picchiata potrebbe provocare.
Un’esperienza incredibile, vietato distrarsi perchè i ragazzi vanno guidati centimetro dopo centimetro, altrimenti rischiano di farsi male. Uno scambio di fiducia intenso come pochi altri. Collaboravo con due squadre di non vedenti, i Lampi e i Tuoni, c’era anche chi vedeva solo le ombre o persone ipovedenti, che per non essere avvantaggiate venivano bendate da regolamento per garantire la parità di mezzi sul campo. Un mio carissimo amico col quale giocavamo insieme, Fabio Giurleo, è diventato presidente di uno dei due team, ma non mi ricordo quale; avevamo fatto anche una rappresentazione al palazzetto di Cinisello Balsamo per mostrare questa realtà alle scuole. Pubblico rigorosamente in silenzio per consentire ai giocatori di orientarsi in base ai suoni.
L’ultima esperienza è stata quella che mi ha lasciato di più in termini umani, poi stupidamente ho mollato e… sun diventà una pattumiera! Ma adesso con la palestra ho ricominciato a tenermi attivo.

Il baseball è un gioco da gatti, perchè devi essere veloce. La sensazione del guantone, dell’agguantare la palla col guantone è unica e devi essere sempre pronto e reattivo perchè succede tutto in pochi attimi. Si pensa che sia un gioco lento, per ricredersi bisognerebbe scendere in campo e lì ci si rende conto della difficoltà reale del praticarlo. Ti servono certi riflessi, adesso non so neanche da che parte vado, ma una volta, non per vantarmi, mi muovevo bene e veloce. Devi essere svelto anche a ragionare perchè quando ti arriva una palla e gli uomini sulle basi partono di corsa devi sapere precisamente dove lanciare e avere la mente lucida in quel frangente è molto complesso. Serve anticipare con la mente il movimento dell’attaccante, il riflesso sta tutto lì.

Allenarsi tutti i giorni è importante, gli americani sono forti perchè praticano quotidianamente, anche se uno veramente forte era cubano, molto bravo, abitava in viale Ungheria a Milano, si chiamava Herrera.
Mi chiamava sempre hermano.
Hermano, hermano, e un giorno gli ho detto uè va che non mi chiamo mica Ermano, e lui mi dice che hermano voleva dire fratello, ma va dà via el cu! (e qui non serve tradurre) Io mi chiamo Attilio, che cazzo ne so!
Però era bello stare in quel gruppo, si era creata una compagnia che al di fuori del diamante era una famiglia; una volta a casa di uno, una volta a casa dell’altro, bei tempi…

Eppure sono 60 anni che c’è il baseball nel nostro paese e questi parlano solo di pallone, pallone, pallone. Il pallone è bello ma bisogna dare un po’ di considerazione anche agli altri sport, basta poco per crescere. Non può essere tutto solo intorno al calcio. Bisognerebbe dare credibilità anche agli sport ‘minori’, che poi sono minori per interesse generale, ma non inferiori.
Servirebbero le infrastrutture, investire qualcosa in più, al Kennedy ci sono ancora i pali dell’illuminazione di 60 anni fa, ormai sono d’epoca.
A Rimini, Nettuno, a Messina ci sono delle belle realtà intorno al mondo del baseball. A Milano c’è il Saini dove giocano gli Ares, li gestisce Faso (Nicola Fasani) quello di Elio e le Storie Tese, insegnano anche ai bambini piccoli. Però manca il supporto di media e giornali.

Io e Renato il sabato andavamo lì ad aiutare e ad allenare i ragazzini, però qualcuno aveva un po’ troppe ambizioni, voleva fare il passo più lungo della gamba e per visioni contrastanti ho cambiato aria.
Ne ho viste in 70 anni di baseball, il mio ricordo più bello, uno dei più belli, è stato un fuoricampo a Vercelli. Penso che stiano ancora cercando la palla… anche se il più lungo di tutti credo di averlo fatto a Mantova, perchè di fianco al campo passava la ferrovia. La pallina l’hanno ritrovata a Bari… quando il treno si è fermato!”

Corradini 1

Un personaggio fenomenale che meritava nel suo piccolo di essere raccontato, sia per lo stile che lo contraddistingue, che per l’impegno e la dedizione con la quale ha portato avanti la crociata del baseball nel nostro paese.

Un ringraziamento a Attila da parte del team di 108, e altri 70 di questi anni vecchio leone!

Alex Cavatton, sport addicted dal 1986. Nato alle porte nordest di Milano e cresciuto giocando a pallone nel mito del Milan degli invincibili, ho fatto amicizia con gli sport americani durante le scuole superiori ad eccezione del basket NBA già familiare durante i gloriosi anni ’90. A Jordan e i Bulls preferisco Ewing e i Knicks, e dopo un'esperienza a New York City nel 2011 mi vesto pinstripe avvicinandomi anche agli Yankees signori del baseball. Ma è il football americano lo sport che considero più appassionante, la simpatia per i Bears si trasforma in pura ossessione e dopo essermi trasferito a Chicago nel 2015 ho totalmente perso il controllo. Autore di "Chicago Sunday - 100 anni di Bears", prima penna di Chicago Bears Italia e stretto collaboratore di Huddle Magazine per il quale curo la rubrica Area 54 interamente dedicata al team della Halas Hall ed altri contenuti NFL. Gioco in 1a base nello show sul baseball "108" di Cutting Edge Radio.

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