1° base con Alex: Derek Jeter, il cammino degli dei

La discendenza del mondo. Il rapporto riconosciuto attraverso i tempi fra un individuo e i suoi antenati.

New York City è la teoria di Isaac Newton, il bianco formato dalla combinazione di altri colori. Solo che in questo frangente ci aggiungiamo delle sottili strisce verticali blu. L’essenza della città che non dorme mai è la visione d’insieme dei costumi del mondo, così diversi e contrastanti tra loro ma sempre perfettamente in grado di formare quell’equilibrio che crea una condizione per la quale un corpo sta fermo compensando delle azioni che si esercitano su di esso e ne conserva un determinato assetto. La Grande Mela corre a dei ritmi forsennati e allo stesso tempo è ferma, sulla sua frenetica stabilità.

Sbalorditivo come tutto questo possa prendere forma umana, sintetizzandosi in una figura che affonda le sue radici più antiche nella Germania, nell’Irlanda, nell’Inghilterra e persino nel patrimonio spirituale afro-americano e nel suo retaggio. I latini di Nueva York chiamano questo genere di miscela umana “la mezcla” (già citata altre volte a #108baseball), noi ci limitiamo a colorire un fatto storico con teorie ed elementi che accarezzano la nostra fantasia. E questo fatto storico ha nome e cognome: Derek Sanderson Jeter.

Sono passati dieci anni, era il 2011, mese di agosto. Caldo.

Caldo per le strade di Manhattan, dove la luce del sole quasi tocca l’asfalto solo a mezzogiorno perchè i grattacieli sono dei filtri tropo alti da superare. Ancora più caldo nella subway, dove le banchine in attesa dei treni sembrano appoggiate immediatamente sopra al nucleo della Terra. Poi si aprono le porte del treno e la temperatura piomba da 43° percepiti a zero! Estremi che si toccano, State of Mind. In breve, quelli che non sono abituati agli sbalzi di termici delle estati newyorkesi si beccano il mal di gola in meno di tre giorni. Tutti gli altri ci hanno fatto l’abitudine, ecco perchè serve almeno una settimana per diventare cittadini di New York.

Quando arrivi in città noti subito tutti quegli aspetti idomatici che attraverso le fotografie, la televisione, o internet ti hanno costruito un’idea rispetto al contesto: l’altezza degli edifici, i tombini che fumano, i taxi gialli. La punta dell’iceberg dunque, e tutta quella roba per turisti. La curiosità ti spinge a far domande per conoscere meglio l’ambiente e nel caso assimilarlo. Domande che solitamente possono trovare risposta al bancone di un bar mentre si sorseggia una birra e si guarda una partita, o una delle partite…

New York City è la città più importante del mondo, quella che nel bene e nel male ne governa i delicati destini. New York City è la capitale del mondo, per più ragioni. Nel libro Winners Out ho raccontato i vari aspetti rizomatici di questo luogo infinito, fatto di mondi che a loro volta contengono altri mondi più piccoli. E ognuno ha il suo.

Il mio è quello dello sport e di conseguenza la domanda è una sola:

“Chi è oggi (2011) la persona più importante di New York City per un neworkese?”

“No matter where you go in New York City the answer will be the same. Always man. No one but Derek Jeter”.

Nello sport newyorkese di quei tempi le figure sportive dominanti erano tante, come spesso accade dove l’offerta è molto alta. C’era l’ondata emotiva scatenata dal ritorno in città di Carmelo Anthony, il figlio di Brooklyn che torna a casa per risollevare i destini dei Knicks. C’era Henrik Lundqvist, detto King Henrik, e un’intera carriera al servizio dei Rangers spesa a difendere le porte di ghiaccio cittadine. C’era the first overall, Ely Manning e i suoi due Super Bowl con i Giants, vinti contro Tom Brady e le orde dell’odiato Massachusetts, o del New England. C’era R.A. Dickey ad illuminare le notti dei Mets nel Queens e le citazioni del suo nome nei film di Spike Lee. C’era Mariano Rivera, che solo pochi anni dopo sarebbe diventato Mr. Unanimous, il primo giocatore eletto per l’ingresso nella Hall of Fame del baseball all’unanimità con il 100% dei voti.

Poi c’erano tutta una serie di campioni che forse non arrivavano ai nomi sopra citati, anzi, senza forse. Gente come CC Sabathia, come Jorge Posada, come Victor Cruz e la sua salsa, gente come Amar’e Stoudemire e la schiacciata più violenta della NBA. Personaggi del mondo dello sport che erano veramente amati in città. C’era anche Alex Rodriguez, ma la questione degli steroidi lo aveva eliminato brutalmente dalla scalata ai vertici.

Nessuno di questi, però, scalfiva nella minima maniera la corazza di Derek Jeter.

Non importa dove adassi, se la persona con la quale parlavo indossasse una maglia dei Mets, dei Knicks, dei Rangers, dei Jets, dei Giants, dei Nets (che allora stavano ancora nel New Jersey), o degli Yankees. La risposta era sempre la stessa: “Derek Jeter”. Dal 2011 al 2015 sono tornato a New York tutti gli anni in momenti diversi, ho voluto vivere le quattro stagioni, e sebbene le mode cambiassero con una frequenza impressionante il nome di Jeter risultava essere sempre di attualità.

Oggi Derek Jeter si guadagna l’accesso nella Hall of Fame, 396 voti su 397. L’equivalente del 99.75% degli aventi diritto al voto ha scelto il suo nome. Plebiscito, ma manca lo 0.25% per eguagliare Mo. Non importa, a uno dei votanti sarà andato il caffè di traverso quella mattina. Povero lui, che di baseball non ne capisce proprio un cazzo.

Jeter era a New York dal 1995, ci era entrato dalla porta principale ed aveva subito rimarcato la sua professionalità nonchè il suo talento: non a caso rookie of the year. Della città sarebbe diventato il Capitano, il volto, l’uomo coperetina, l’MVP, il sex symbol (considerate che davanti a Derek Jeter, George Clooney è un dilettanti in materia di donne).

Elencare i numeri di Jeter e della sua carriera in questa sede sarebbe riduttivo. Roba troppo grossa, che sembrerebbe quasi superflua davanti al senso di questo immenso giocatore; davanti a quel numero 2 indossato dal Capitano del Bronx. Quel numero 2, che precede il 3 indossato un secolo prima da un certo Babe Ruth e che, a un certo punto, a fatto gola persino a Michael Jordan. Da lì #Re2pect.

Ho visto giocare Derek Jeter alla fine della sua carriera ed è stato come trovarsi al cospetto del dio Apollo mentre trascinava il suo carro nei cieli dell’ovest. Lasciandosi dietro la notte dopo aver dipinto un magnifico tramonto nel Bronx. Regalando, ancora una volta, un momento di magia ai suoi ammiratori.

A New York ci sono passati in tanti per quella strada che porta all’immortalità: da Mickey Mantle a Yogi Berra, dal Bambino a Joe DiMaggio. Dal numero 1 di Billy Martin al numero 51 di Bernie Williams, con quello di Jeter i numeri ritirati degli Yankees sono ben ventidue. Ognuno ha la sua storia, il suo perchè. Ognuno di questi nomi ha lasciato un segno per una ragione specifica. Ma Derek Jeter è quello più vicino a noi per storicità e per sviluppo degli eventi, quindi è quello che ricorderemo in maniera più spontanea. Jeter è quello che ricorderemo per la sua capacità di risolvere i problemi, Jeter è quello che ricorderemo come l’uomo giusto al momento giusto.

A New York City Derek Jeter era il futuro, è stato il presente, e da oggi sarà il passato. Eroe senza tempo che ha ripercorso il cammino degli dei.

@AlexCavatton sport addicted dal 1986
Amministratore di Chicago Bears Italia
Penna di Huddle Magazine dal 2018
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio

Autore dei progetti editoriali:
"Chicago Sunday - 100 anni di Bears"
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