1° base con Alex: Brooks Robinson, Mr. Oriole

Little Rock, Arkansas. Anni Trenta.

La cittadina più popolosa del “Nature State” prende il nome da una piccola formazione rocciosa sulla riva sud del fiume Arkansas che i francesi chiamavano La Petite Roche nei tempi passati. Nel quartiere Stifft Station sorge il Porter Field, un campo da baseball costruito dalla Works Progress Administration e inserito nel National Register of Historic Places il 6 dicembre del 1990.

Quando il Porter Field è stato costruito, il sito di 10 acri (40.000 m2) si trovava in quella che allora era considerata la zona occidentale di Little Rock, un’area identificata come desiderabile per lo sviluppo di parchi e campi da gioco da un tizio chiamato John Nolen. Costui era un urbanista e architetto paesaggista di fama nazionale che era costernato dalla mancanza di strutture ricreative a Little Rock.

Secondo John Nolen le scuole offrivano sì degli spazi dove poter praticare attività sportive, ma questi erano più adatti ai bambini che altro. Servivano quindi una serie di campi dove far praticare anche i ragazzini dai 10 ai 16 anni, oltre ad uno spazio per i più grandi dove, possibilmente, organizzare le discipline di squadra con maggior criterio.

La costruzione di un tale impianto iniziò nell’autunno del 1934 e per il progresso dei lavori impiegava operai dell’Amministrazione federale. Il progetto richiese 18 mesi per essere completato: campi da tennis, campi da gioco, altri spazi ricreativi e il campo da baseball come ciliegina sulla torta.

Lamar Porter era il figlio dei signori Porter di Little Rock. Nato il 17 agosto 1913, studiò nelle scuole pubbliche di Little Rock, frequentò la Little Rock High School e si laureò in un’accademia militare del Tennessee nel 1931. Lamar Porter morì il 12 maggio 1934 in un incidente automobilistico tra Lexington e Staunton, in Virginia. La famiglia, nel tentativo di commemorare la sua vita, a fornì la terra e il denaro necessari per costruire l’omonimo campo da baseball: il Lamar Porter Athletic Field.

Nella struttura si praticava sport, ci si divertiva a guardare il baseball, ma c’era anche chi si guadagnava qualcosa per vivere. O meglio, per contribuire alle spese di casa. Il giovane Brooks Calbert Robinson Jr. consegnava i giornali per la Arkansas Gazzette e durante gli eventi sportivi vendeva bibite analcoliche sugli spalti del Porter Field per arrotondare mentre gli altri giocavano a baseball. Guardava il campo e sospirava sognando ad occhi aperti, nella speranza che un giorno l’eco del suo nome avrebbe risuonato tra le mura dei grandi ballpark americani.

Chissà se qualcuno negli anni a venire si sarà ricordato di aver comprato una bevanda da quel giovine? Quello stesso giovanotto che sarebbe poi diventato il più grande terza base difensivo nella storia della Major League Baseball!

Mancava ancora del tempo al 1955, anno in cui Brooks Robinson avrebbe esordito in MLB. Il padre di Brooks, Brooks senior, aveva giocato in una squadra semi-professionistica nel ruolo di seconda base; il figlio era cresciuto nel mito dei Saint Louis Cardinals e il suo giocatore preferito era un certo Stan Musial. Buongustaio…

Il percorso giovanile di Brooks Robinson passò dall’American Legion Baseball e dal raggiungimento delle finali regionali nel 1952 attirando qualche attenzione sul suo conto. Nel maggio del ’55 ricevette la graduation presso la Little Rock High School ed insieme a questa giunse l’offerta di una borsa di studio dalla Arkansas University, impressionata dalle qualità del ragazzo anche in ambito cestistico. Robinson, però, continuava a sognare di diventare un giocatore di baseball.

Di lì a poco, Paul Richards, il manager dei Baltimore Orioles, aprì la sua casella postale e vi trovò dentro una lettera. A scrivergli era stato Lindsay Deal, il quale andò alla Capitol View Methodist Church con Brooks Robinson ed era stato un compagno di squadra di Paul Richards in una squadra di minor league. La lettera conteneva un testo di elogio nei confronti di Brooks Robinson: con quel messaggio, Lindsay Deal aveva messo in atto un doppio gioco con il quale da una parte suggeriva l’ingaggio di una fresca promessa, mentre dall’altra un piccolo gesto andava in aiuto ad un caro amico.

“He’s no speed demon, but neither is he a truck horse. Brooks has a lot of power, baseball savvy, and is always cool when the chips are down.” – Scrisse Deal nella lettera.

In sostanza Brooks non aveva una velocità folgorante, ma non era nemmeno una bestia da soma. Possedeva una gran potenza in battuta e quando il gioco si faceva duro egli sapeva sempre giocare all’altezza.

Da un piccolo gesto possono nascere cose piccole, o magari incommensurabili. Parolone, l’ultimo utilizzato. Ma se andiamo ad analizzare ciò che fu il risultato di quella lettera, beh, forse persino quell’aggettivo può risultare stretto.

Nel 1955, tre squadre della Major League Baseball inviarono gli osservatori a Little Rock per cercare di ingaggiare Robinson: i New York Giants, i Cincinnati Redlegs e gli Orioles. Ciascuno offriva $ 4.000, ma solo Cincinnati e Baltimora offrivano un contratto per la Major League. Robinson alla fine scelse di firmare con Baltimore perché gli Orioles avevano mostrato il maggior interesse e offrivano più opportunità ai giovani giocatori di diventare dei titolari. Lo scouter che effettivamente ingaggiò Brooks Robinson risponde al nome di Art Ehlers.

Robinson trascorse 23 stagioni con gli Orioles, presente in 20 opening day consecutivi. Vinse l’American League Most Valuable Player Award nel 1964 e condivide il record (con l’ex lanciatore Jim Kaat) per il maggior numero di Gold Gloves con 16. La selezione nella Hall of Fame del baseball al suo primo anno di eleggibilità nel 1983 è stata cementata dalla sua prestazione contro i Cincinnati Reds nelle World Series del 1970, quando è stato nominato MVP guadagnandosi il soprannome di “Hoover” (come il marchio dell’aspirapolvere) per il suo gioco in campo che “risucchiava” tutto. Difatti, un altro nomignolo che gli venne affidato era “The Human Vacuum Cleaner” proprio perchè tutte le palline che passavano dalla sua area di competenza venivano aspirate dal suo guantone. Infine, Brooks giocò in 18 partite degli All-Star Game.

Everyday player, MVP, due volte campione alle World Series, Hall of Famer.

La cerriera di Mr. Oriole è stata talmente grande da non poter essere misurata: incommensurabile.

@AlexCavatton sport addicted dal 1986
Amministratore di Chicago Bears Italia
Penna di Huddle Magazine dal 2018
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio

Autore dei progetti editoriali:
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