1° base con Alex: “Perucho” Cepeda, The Bull.

“Buon sangue non mente”.

Un detto antico, entrato nella collettività senza precisi collocamenti storici e che durante i primi del Novecento, precisamente nel 1916, è stato scelto come titolo di una pellicola drammatica del cinema muto italiano, lavoro al tempo diretto dal regista Gero Zambuto. Una frase proverbiale che nel gergo comune può essere utilizzata con senso positivo, o anche negativo. Nel nostro caso rimaniamo sul lato buono della strada.

E questa storia incomincia proprio per strada, con il sandlot baseball delle strade di Cataño, Puerto Rico, area settentrionale dell’isola caraibica. La parola “sandlot” (campetto sportivo) si riferisce al campo improvvisato, che potrebbe essere nient’altro che un pezzo di terra vuoto nell’area composta da erba, terra o sabbia abbastanza grande da ospitare il gioco. Gli oggetti utilizzati nel gioco possono essere casuali per prendere il posto di basi, palline o mazze quando queste non sono disponibili. In tale maniera il nostro protagonista ha imparato a giocare a baseball.

Pedro Anibal Cepeda, alias “Perucho”, alias “The Bull” è nato il 31 gennaio 1905 ed è stato un giocatore di baseball portoricano considerato tra i migliori della sua generazione. Addirittura qualcuno lo indicava come “The Babe Ruth of Puerto Rico” o meglio come “Babe Cobb” riferendosi al suo dominio come battitore e suoi leggendari lanci, connubio che evocava un mix divino tra Babe Ruth e Ty Cobb! Diciamo che la fantasia dei suoi sostenitori era senza limiti, ma sebbene i paragoni con gli dei del baseball fossero leggermente fuori portata Pedro Cepeda era una delle più celebri superstar nel baseball latinoamericano.

La possibilità di giocare nelle major league gli venne negata per via delle sue origini africane e dunque Pedro giocò la maggior parte della sua carriera da professionista (dal 1928 al 1950) in partia e in Venezuela, prima che la barriera discriminatoria venisse abbattuta da Jackie Robinson nel 1947. Di svariati nomignoli che gli vennero appioppati, quello più conosciuto era “Perucho ” e da qui in avanti utilizzeremo questo come riferimento. Perucho Cepeda, sentendosi giustamente offeso per la negazione ad entrare nella MLB fondata sulle becere questioni raziali, ha rifiutato diverse offerte di giocare nella Negro League degli Stati Uniti. Aborriva il razzismo endemico nella società americana dell’epoca e da uomo libero e fiero non si sarebbe certo sottomesso a quelle dinamiche.

Perucho è stato uno dei primi atleti ad entrare nella Puerto Rican Professional Baseball League creata nel 1938. I paragoni con Ruth e Cobb che abbiamo citato in precedenza appaiono esagerati, lecito, ma parlando di Perucho e del suo possibile ingresso nelle discussioni tra i più grandi resta un bel punto interrogativo perchè, effettivamente, non potremo mai sapere come sarebbe andata la storia se Cepeda avesse giocato in MLB nel suo prime.

Ciò che sappiamo è che nella Golden Age of Sports degli anni Venti/Trenta, Perucho qualcosa di interessante lo ha fatto davvero: nel 1929 Perucho giocava con il Sondino Club, media battuta di .429!

Nei primi quattro anni di esistenza della lega portoricana è stato il leader nella battuta collezionando 293 valide su 713 apparizioni al piatto per una media di .411. Ha giocato con i Guayama Brujos vinceno i campionati del 1938-1939 e 1939-40. Perucho ha vinto il batting title in entrambe le stagioni, con medie rispettivamente di .445 e .383. Ha poi proseguito con medie di .421 e .377 rispettivamente nelle stagioni 1940-1941 e 1941-1942, entrambe giocate con i Brujos Witches.

Girovagò in diversi club dell’isola spesso ottenendo il successo nazionale; nel 1947 Puerto Rico selezionò una formazione in stile All Star per disputare una sfida contro i New York Yankees campioni del mondo. Al cospetto dell’iconica compagine americana del Bronx, Perucho bettè un 4 su 4 senza questioni.

Un secondo tentativo di portare Perucho nella Negro League venne avviato da Alex Pompez, l’allora proprietario dei New York Cubans, ma Perucho si rifiutò nuovamente di accettare le condizioni discriminatorie. Secondo suo figlio Orlando, Perucho era un uomo dalla testa calda che non aveva l’inclinazione a sopportare la segregazione razziale né il temperamento per sopportare il razzismo. La sua natura era così volubile che era noto per le risse causate regolarmente con i disturbatori sugli spalti. Risse che lo videro protagonista fino ai 40 anni di età e che spesso gli sarebbero costate squalifiche o peggio l’arresto da parte delle autorità.

Perucho non guadagnò mai nella vità più di 60$ a settimana, molti dei quali venivano spesi nei bar; era un noto bevitore (altra ragione per la quale veniva paragonato a Babe Ruth, la palla la colpiva perfettamente ma non aveva la potenza di Babe). La cirrosi, assieme ad una complicanza per via della malaria, strapparono Perucho da questo mondo. Il figlio Orlando, fresco di signing bonus MLB, utilizzò i 500$ appena raccolti dall’ingresso nella lega maggiore americana per pagare i funerali del padre.

Orlando, già. Orlando Cepeda. Sei volte All Star, NL Rookie of Year nel 1958, 142 RBI segnati nel 1961, quinto nella classifica degli home run per i San Francisco Giants con 226 fuoricampo, terzo Giant di tutti i tempi per RBI con 767 e terzo per palle colpite con 1286 valide. Introdotto nella Hall of Fame nel 1999, numero #30 ritirato dai Giants che gli hanno persino innalzato una statua fuori da quello che oggi è l’Oracle Park.

Quando Orlando Cepeda è entrato nel museo della Hall of Fame del baseball per una visita di piacere, girando tra le varie stanze si soffermò su una fotografia appesa al muro: nella cornice era immortalata la squadra dei Ciudad Trujillo, lo stesso team in cui giocò Perucho nel lontano 1937. Non sapeva che in quello scatto c’era anche suo padre e rimase tanto sorpreso quanto emozionato.

Ciudad Trujillo 1937

Padre e figlio, in un modo o nell’altro, sono entrati nell’Olimpo del Baseball. Orlando Cepeda, Baby Bull, ha riscattato la questione che pendeva nei confronti del veto razziale imposto al padre Perucho rispondendo sul campo e onorando tutti gli insegnamenti che the Babe Cobb gli aveva tramandato.

Talis pater, talis filius. O con più semplicità, buon sangue non mente.

@AlexCavatton sport addicted dal 1986
Amministratore di Chicago Bears Italia
Penna di Huddle Magazine dal 2018
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio

Autore dei progetti editoriali:
"Chicago Sunday - 100 anni di Bears"
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