1° base con Alex: Ernie Banks, Mr. Cub

Prima di Derrick Rose, di Patrick Kane e di Brian Urlacher, prima di Michael Jordan e Walter Payton, la città del vento aveva un suo idolo indiscusso. Una figura che ha dovuto imparare a guardare ben oltre le avversità del campo per potersi stabilire tra i più grandi mai ricordai. Un uomo che da Dallas ha attraversato il paese per raggiungere il gradino più alto del podio e, se pur senza successo in quel senso, il suo cammino lo ha condotto in cima alla lunga lista dei giocatori che hanno trovato un posto nei cuori dei tifosi Cubs.

Al ballpark di Scottsdale, in Arizona, era primavera e l’ambiente Cubs viveva quello spring training con ottimismo e ambizione. Guardando verso gli spalti attraverso le tribune in legno e ferro arrugginito, si intravedevano il deserto e le montagne. Due aspetti naturalistici che in Illinois si possono soltanto immaginare…

Ernie era uscito dall’ombra del dugout raggiungendo il verde manto erboso sotto alla luce del sole, stava trotterellando sul campo. Vestiva la sua uniforme da trasferta di flanella grigia con una grossa C di colore blu ed il disegno di un cucciolo d’orso sul petto. In volto era carico di entusiasmo e il suo sorriso era come sempre abbagliante. Mentre saltellava allegro esclamava:

“Yesuh, yesuh, yesuh! The Cubs gonna’ shine in sixty-nine! (Yesuh è la contrazione di Yes Sure)

Era sicuro dunque, che il 1969 sarebbe stato l’anno dei Chicago Cubs. Era certo che la siccità e le maledizioni si sarebbero interrotte quell’anno in cui, però, gli straordinari Mets mandarono in confusione tutti gli esperti di baseball americano. Proprio i ‘Mets dei miracoli’ piegarono le speranze dei Cubs finiti secondi nella divisione, lasciando al North Side il grande rammarico ricordato con il nome di “the most celebrated second-place team in the history of baseball.”

Una quarantina di giocatori erano radunati in campo, il taglio della rosa a venticinque componenti prevista dal regolamento doveva ancora essere annunciato a quel punto della preparazione. Intorno a loro diversi tifosi sparpagliati, per lo più gente in pensione. Lo spring training è sempre un buon momento per il baseball, perchè c’è modo di pensare in grande e sognare ad occhi aperti. Specie se un due volte MVP, il primo nella storia della National League a ricevere il premio per due anni consecutivi, scatena tutta quella sicurezza a fine allenamento sprigionando euforia mentre i pensieri volano direttamente al mese di ottobre.

Il manager di quei Cubs era Leo Durocher, uno che conosceva bene il suo ruolo e che dalle cose semplici era in grado di tirar fuori l’essenza del gioco. Quel giorno Durocher aveva messo in fila tutti i suoi atleti scherzando e facendo divertire i fan. L’esercizio da svolgere consisteva nel prendere delle palline che lui lanciava a terra senza farsele scappare alle spalle. Facile a dirsi, ma Leo lanciava in modo sporco, col destro e col mancino, senza preavviso per stimolare i riflessi dei suoi ragazzi. Inoltre alcuni lanci a terra erano irraggiungibili. All’inizio sembrava un esercizio semplice, ma alla quinta o sesta ripetizione i giocatori erano in affanno e con la lingua fuori dalla bocca!

“Ventisei! Ventisette! Quanti anni hai Glenn? Ventotto? Alla tua età ne prendevo cento consecutive di quelle palle in allenamento e senza sudare… sembra che hai dieci anni in più da come ti muovi! Ah ragazzo, te ne è scappata una. Forza si ricomincia: uno! Due!”

Poi Leo chiese al pubblico quante doveva lanciargliene, voleva arrivare a trenta. Sugli spalti si rideva, ma Glenn Beckert non rideva affatto. Il clima era quello giusto e Leo Durocher era tornato a crederci. Un vecchio allenatore che ritrova speranza, che finalmente allena una contendente. Era un duro sì, un duro felice.

Ernie Banks, nel vedere e nel vivere tutto questo, era altrettanto felice. Per Ernie il baseball non era stato sempre così divertente: la Negro League del 1950 da lui praticata in giovane età con i Kansas City Monarchs aveva dei trascorsi difficilissimi. Talvolta tristi. Molti momenti in cui rabbia, repressione e frustrazione prendevano il sopravvento sebbene, a livello caratteriale, il diciottenne Banks fosse sempre stato sorridente.

Ernie Banks era il secondo di dodici fratelli, nato nel Texas dei primi anni Trenta. Inizialmente disinteressato al baseball poichè preferiva nuotare, cambiò idea dopo che il padre Eddie gli regalò un guantone (pagato meno di tre dollari). Quel gesto bastò per stimolare il figlio che intraprese il lungo, lunghissimo cammino dei diamanti.

Saxton, Missouri, Huntsville, Alabama. Luoghi in cui al tempo della Negro League, nei panni di un afro-americano, era facile rimanere traumatizzati. Banks li affronterà tutti quei luoghi, fino al 1953 quando i Cubs gli offriranno un contratto per giocare in Major League. Banks resterà, da quel momento e per sempre, a giocare coi Cubs: otto anni da shortstop e gli altri undici in prima base.

Proprio durante quel 1969, dopo aver colpito oltre 40 home run in molteplici stagioni (una addirittura da 47), dopo aver inanellato centinaia di RBI, Ernie Banks verrà votato come il terzo miglior shortstop di tutti e tempi nonchè il miglior Cub di sempre.

Nel 1969 Ernie era ormai vicino ai 40 anni e sebbene il suo volto fosse rimasto giovane, il suo corpo non rispondeva quasi più alle necessità del campo.

Gli anni Sessanta dei Cubs furono qualcosa di snervante. Ogni anno filastrocche di qualsivoglia natura si alternavano inseguendo quel dannato successo che sarebbe arrivato solo sessanta anni più tardi:

“The Cubs will jive in sixty-five!”

“We’ll get our licks in sixty-six!” (quell’anno i Cubs vinceranno 59 partite perdendone 103…)

“It will be heavengly in sixty-sevently!” (questa rima uscì direttamente dalla bocca di Banks)

“The Cubs will be great in sixty-eight!”

E via discorrendo si è giunti al 2016, quando finalmente la Chicago dei Cubbies vincerà le World Series e oltre 5 milioni di tifosi da tutto l’Illinois si riverseranno nel Loop colorandolo di un blu intenso che faceva invidia al lago Michigan, fermo sul fondo.

Ero lì anch’io quel giorno della parata, e tra una birra e l’altra, tra una maglia di Anthony Rizzo e una di Kris Bryant, c’era ancora chi parlava di Ernie Banks.

@AlexCavatton sport addicted dal 1986
Amministratore di Chicago Bears Italia
Penna di Huddle Magazine dal 2018
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio

Autore dei progetti editoriali:
"Chicago Sunday - 100 anni di Bears"
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