1° base con Alex: Sparky Anderson e The Big Red Machine

La piccola città di Cincinnati, Ohio, terza città più popolosa dello stato dietro a Cleveland e Columbus. La poco attrattiva realtà di uno small market che fatica ad emergere in mezzo al potere delle metropoli oggi riflette i suoi risultati nel mondo dello sport: i Cincinnati Reds in MLB e i Bengals nella NFL sono le sole squadre professionistiche coinvolte nei quattro sport nazionali, ed i record delle ultime decadi lasciano alquanto a desiderare.

I Reds vinsero le loro ultime World Series nel 1990, memorabile 4-0 contro gli Oakland Athletics con prestigiosa firma di Jose Rijo in due delle quattro vittorie. Nello stesso periodo, per la precisione un paio di anni prima, i Bengals di coach Sam Wyche perdevano la loro seconda comparsata al Super Bowl contro i San Francisco 49ers di Joe Montana. Dagli albori degli anni Novanta dunque, Cincinnati non ha più saputo imporsi in nessuno dei due sport.

Sportivamente parlando, possiamo dire che quello trascorso da quei giorni altro non sia che un trentennio amaro. Ma c’è stato un tempo in cui la città di Cincinnati era sinonimo di autorevolezza e gloria: la decade degli anni Settanta.

Nell’ottobre del 1969 un giovane di nome George Lee Anderson venne assunto dai Cincinnati Reds come capo allenatore. Anderson aveva 35 anni ed il suo personaggio era relativamente sconosciuto al mondo del baseball. Anderson aveva avuto trascorsi nella Doppia A della Texas League nelle Minors dove giocava per i Fort Worth Cats; nel 1955, per via del suo stile esuberante e pieno di vitalità sul campo, un radiocronista che commentava le partite lo indicò col nomignolo “Sparky” (forma inglese figurativa di vivacità). Già nel ’53 i Brooklyn Dodgers gli avevano messo gli occhi addosso, ma in seguito al trasferimento della franchigia newyorkese a Los Angeles, Sparky rimase fuori dai piani del team e dopo 5 anni nelle Minors, gli ultimi dei quali spesi a Montreal, i diritti per i servizi del ragazzo vennero scambiati mandandolo a Philadelphia. Quella del 1957 con la maglia dei Phillies fu la sola stagione da giocatore nel mondo dei professionisti per Sparky, .218 media battuta e zero home run.

Sparky venne quindi rispedito nelle Minors, questa volta in Triplo A con i Toronto Meaple Leafs dell’International League. Qui, il proprietario Jack Kent Cooke, osservando le abilità di Sparky nell’insegnare il mestiere ai più giovani , spinse e motivò Anderson a proseguire la sua carriera nel baseball ma a livello manageriale.

Prima di giungere ai Reds la trafila fu (come da prassi) lunga, vari passaggi nei vivai della lega ed un ingaggio dei San Diego Padres come allenatore della terza base.

Una volta giunto a Cincinnati come manager, le testate dei giornali locali lo accolsero con un “SPARKY WHO?”

35 anni dicavamo, il più giovane skipper della lega, e nonostante lo scetticismo e l’inesperienza il record dei Reds nel 1970 recitava 102-60, in una parola: Pennant.

I Reds di Sparky raggiunsero le World Series e persero 4-1 contro i Baltimore Orioles. L’anno successivo qualcosa andò storto, ma nel 1972 Sparky riportò i Reds alle finali; anche in questa occasione però, Cincinnati fallì il successo in una concitatissima serie che ebbe come epilogo il 3-2 di Oakland in gara 7.

Difficile rialzare la testa dopo aver subito due colpi così duri, ma i Reds erano una squadra resiliente e sebbene necessitarono di 3 anni, nel 1975 Sparky riportò Cincinnati alle World Series, questa volta per vincerle!

I Red Sox di Boston forzarono gara 7 dopo 12 inning infiniti al Fenway Park, punteggio di 7-6 per i padroni di casa e destini della serie rimandati ancora all’ultimo atto. Quei Reds avevano vinto la bellezza di 108 partite in stagione regolare ed erano nettamente superiori sul piano del gioco, ma la paura di vincere li fece traballare finendo alla “bella” col fiato in gola. La sfida del 22 ottobre 1975 terminò 4-3 per i Reds che segnarono il punto del vantaggio nel nono inning e riuscirono a salvare il risultato vincendo l’anello.

Non contento, Sparky si presentò dodici mesi più tardi alle World Series contro i New York Yankees e questa volta la paura di vincere era scomparsa: 4-0 alla franchigia sovrana del baseball e sweep che rimarrà nella storia per il back to back title!

Quando i Reds vinsero 70 delle prime 100 partite nel 1970, Bob Hertzel, giornalista del The Cincinnati Enquirer, parlò della squadra di Sparky definendola come “Big Red Machine”.

Dal 1970 al 1979, la Big Red Machine riuscì a vincere 95 partite all’anno di media, 6 National League West Division Title, 4 National League Pennants e 2 World Series. Verrà ricordata come una della dinastie più forti nella storia del baseball americano grazie ad un nucleo di otto giocatori (The Great Eight): César Geronimo, Ken Griffey Sr., Dave Concepcion, Tony Pérez, Joe Morgan, Johnny Bench, George Foster e Pete Rose.

Questa “macchina” da baseball produsse complessivamente 3 NL Batting Champions, 25 Gold Glove winning seasons, e 63 apparizioni nell’All-Star Game.

Ma la mente di Sparky Anderson fu l’elemento sostanziale per raggiungere la vetta, con entusiasmo contagioso e profondo amore per il gioco. Quello che forse oggi manca ad una grande casata di baseball che meriterebbe di tornare in alto.

@AlexCavatton sport addicted dal 1986
Amministratore di Chicago Bears Italia
Penna di Huddle Magazine dal 2018
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio

Autore dei progetti editoriali:
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