1° base con Alex: la favola di Dave Winfield e David Wells

Chissà che effetto deve fare sapere che un tuo compagno di squadra, da bambino, andava al ballpark coi biglietti che tu stesso donavi alle famiglie che non potevano permettersi il prezzo di una giornata allo stadio?

E magari sapere che, 30 anni dopo, quello stesso bambino se ne andava in giro con due anelli di campione MLB nelle mani sarebbe stata una soddisfazione ancora più grande. Chissà…

Sembra una favola, ma invece è semplicemente storia. Quella che prende forma dietro le quinte del campo e che spesso passa inosservata. Era il 1973, ed un ragazzo che arrivava da Saint Paul, Minnesota, veste per la prima volta la maglia gialla e marrone dei San Diego Padres. Bob Fontaine Sr., dopo essere stato veterano della Seconda Guerra Mondiale e pitcher nel farm system dei Brooklyn Dodgers, diventa il responsabile dello scouting per i Padres sotto la supervisione del General Manager Peter Bavasi; ed è proprio attraverso i report di Fontaine che i Padres decisero di giocarsi il loro primo pick al draft MLB 1973, quello che con la quarta chiamata assoluta avrebbe portato il nome di Dave Winfield in California.

Grande cuore, Winfield si dedicò fin da subito a restituire la sua parte di successo alla comunità, con piccoli gesti: ed ecco che torniamo al bambino dell’inizio, David Wells, il medesimo Wells 3 volte All Star, che vinse le World Series ’92 coi Blue Jays e quelle del ’98 con gli Yankees, e che prima di queste ultime venne nominato MVP dell’ALCS 1998, stesso anno in cui Wells, detto Boomer, lanciò un perfect game nella giornata del 17 maggio. Non esiste un perfect game qualunque, perchè questo tipo di prestazione che vede i lanciatori eliminare 27 uomini di fila, è leggenda; tra i 15 realizzati fino a quel punto nella storia della Major League, quello di David Wells (il 16°) è il primo di sempre allo Yankee Stadium. E quel genere di performance ti fa crescere l’amore per il gioco, ti fa vivere ogni singolo lancio col fiato in gola perchè diventare testimoni di un simile accomplishment, in qualche modo ci rende tutti più ricchi. Lo disse Roberto Benigni parlando del Duomo di Firenze alle sue spalle, che “davanti alla grandezza, si ha voglia di farne parte”.

Ed ecco una delle frasi che più nella vita mi è rimasta impressa, riprendere forma e materializzarsi sul campo, a modo suo, nella partita perfetta di quella domenica del maggio ’98. Lo Stadium non era nemmeno pieno, e quello che doveva sembrare in tutto e per tutto un comune pomeriggio di hot dog e birre nel Bronx, divenne nel giro di 3 ore uno dei ricordi più belli da poter raccontare ai figli, ai nipoti, oppure a 108.

Magnifico, non c’è altro aggettivo, ma ciò che in questa storia dalla retrospettiva unica mi colpisce di più è pensare che quando nel 1992, il quarantenne Dave Winfield e le sue 12 selezioni All Star consecutive condite da 7 Gold Glove e 6 Silver Slugger, arrivò a Toronto, venne a sapere dall’allora compagno ai Blue Jays David Wells, che lo stesso Wells era stato uno dei “Winfield Kids”. Uno dei meno fortunati, ma in quel caso fortunati bambini, che ricevette i biglietti donati da Winfield per assistere alle partire dei Padres. Più emozionante ancora è scrivere che, nonostante la sua grande esperienza ed il suo distinguibile talento, Winfield non aveva mai vinto un titolo nazionale. Non ancora, prima di quel 1992 che lo vide stappare champagne nello spogliatoio e versarlo nel calice di David Wells.

@AlexCavatton sport addicted dal 1986
Amministratore di Chicago Bears Italia
Penna di Huddle Magazine dal 2018
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio

Autore dei progetti editoriali:
"Chicago Sunday - 100 anni di Bears" / aprile 2019
"Winners Out - Sport e gloria della New York anni 70" / maggio 2020

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