1° Base con Alex: Ichiro Suzuki, la lince del sol levante.

13 Aprile 2014, primetime baseball nel Bronx di domenica sera quando si incontrano i Red Sox e gli Yankees padroni di casa.
Era la seconda volta che entravo allo Yankee Stadium dopo esserci passato nella calda estate di un 2011 newyorkese, lo scontro tra la più sentita delle rivalità nel baseball americano prende subito vita: Mike Napoli e David Ortiz sono potenza di fuoco per le calze rosse, Carlos Beltran e Brett Gardner sono chiamati a difendere le mura amiche. Casualmente 3 anni dopo, ritrovo sul monte di lancio Ivan “super” Nova.

Quando Big Papi ruota la mazza lo Stadium è terrorizzato, lo sappiamo tutti che alla leggenda dominicana piace far male agli Yankees; la sua maglia era addirittura stata seppellita sotto lo spogliatoio dei “bombers” durante la costruzione del nuovo stadio per maledire i nemici che portarono via Babe Ruth alla casata del Massachusetts.
La partita è sulla difensiva, il vento e l’aria sono freddi e Boston, avanti 1-0, si fa rimontare 1-3 per poi riavvicinarsi e dar vita ad un finale elettrizzante.
Siamo solo all’inizio della stagione e tendenzialmente tutto è concesso, ma non in Sox-Yankees, qui si gioca e si fa sul serio: nell’ottavo inning Big Papi colpisce profondo per pareggiare lo score, ma un felino in campo prende la traiettoria della battuta e con una capriola ninja agguanta la palla eliminando David Ortiz visibilmente frustrato.

Ichiro

Si alza da terra, sempre con fare umile, e la scena è tutta per lui!
Il catch salva la partita che finisce 3-2 per New York, la giocata vale il prezzo del ticket (per altro nemmeno molto salato per una sfida di cartello).
Ichiro Suzuki subentrato in corsa, entra e infiamma il Bronx con un balzo acrobatico da lince che diventa ancor più spettacolare quando ti ricordi che il giapponese in campo ha alle sue spalle ben 40 inverni.
Una delle giocate difensive più belle di quell’anno nel Bronx, gli Yankees erano stati per Ichiro una sorta di premio alla carriera ed ogni partita era una passerella; Ichiro era stato per gli Yankees un regalo ai tifosi che da poco avevano perso il leggendario capitano Derek Jeter, e una figura di assoluta esperienza nello spogliatoio era necessaria. Della vetrina dello Yankees Store sulla 5th Avenue coi turisti giapponesi che fanno la coda per comprare la maglia #31 pinestripe invece, ne parliamo un’altra volta.

Mi trovavo nella Big Apple in occasione del 50° compleanno di mia madre, alla quale la sera prima avevo fortunosamente presentato la leggenda di Walt Clyde Frazier (quello col numero 10 che in gara 7 delle NBA Finals 1970 ha preso a calci Wilt Chamberlain e Jerry West sul parquet del Garden, proprio lui). Lei una partita di baseball non l’aveva mai vista, trascinata con fare dittatoriale in storie di sport che non le sarebbero mai passate per il cervello, ma al catch di Ichiro è saltata sul seggiolino insieme al resto dello stadio.
Che giocatore ragazzi, ormai così lontano da Kesugai nella prefettura nipponica di Aichi da dove proviene, ma il suo spirito non è cambiato da quando chiese al padre Nobuyuki di insegnargli ad essere un giocatore migliore. Aveva solo 7 anni, e conosceva la via. Il padre-maestro gli lanciava 500 palle al giorno, metà con una macchina apposita e metà con le sue braccia. All’età di 45 anni quando si è ritirato all’inizio della stagione durante le Japan Series, la sua media battuta in Major League è di .311 con 3.089 palle colpite e 509 basi rubate.

Correva il 1985, nello spogliatoio di Toyoyama c’era un guantone da baseball con incisa la scritta 集中 shūchū, concentrazione. Era quello del 12enne Ichiro.
Il resto della sua storia lo conoscete.

@AlexCavatton sport addicted dal 1986
Amministratore di Chicago Bears Italia
Penna di Huddle Magazine dal 2018
Fondatore di 108 baseball su Cutting Edge Radio

Autore dei progetti editoriali:
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